IL SITO DEL MISTERO
Da "Medioevo" del Settembre
1998
Nel castello del Re Pescatore
ALLE ORIGINI DEL MITO, L'INIZIAZIONE DI PARSIFAL E L'INCONTRO CON PERSONAGGI ENTRATI A FAR PARTE DEL NOSTRO IMMAGINARIO
Giunto al castello del Re Pescatore, dopo una
serie di avventure, Perceval, il "giovane ospite", assiste a questa strana
processione: «Mentre parlano di questo e d'altro, un valletto viene da una
camera, e tiene una lancia lucente impugnata a metà dell'asta. Passa tra il
fuoco e coloro che sono assisi sul letto. E tutti i presenti vedono la lancia
chiara e il ferro bianco. Una goccia di sangue stillava dalla punta di ferro
della lancia. Fin sulla mano del valletto colava la goccia di sangue vermiglio.
Il giovane ospite vede tale meraviglia e si trattiene dal domandarne ragione. È
perché rammenta le parole del maestro di cavalleria. Non gli insegnò che non si
deve mai parlare troppo? Porre domande sarebbe villania. Non dice parola. Poi
arrivano due valletti, tenendo in mano candelabri d'oro fino lavorato a niello.
[...] Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e
aveva tra le mani un graal. Quando fu entrata nella sala col graal che teneva,
si diffuse una luce sì grande che le candele persero il chiarore, come stelle
quando si leva il sole o la luna. Dietro di lei un'altra damigella recava un
piatto d'argento. Il graal che veniva avanti era fatto dell'oro più puro. Vi
erano incastonate pietre di molte specie, le più ricche e le più preziose che vi
siano in mare o in terra...».
CODICE CORTESE
Il Perceval di Chrétien de Troyes, che
per la prima volta ne racconta le vicende, è una sorta di "romanzo iniziatico".
Vi si narra infatti di come il giovane Perceval il Gallese, «figlio della dama
Vedova» e abitante nella «Guasta Foresta» - dov'è cresciuto all'oscuro dei
costumi cavallereschi giacché la madre (che a causa della cavalleria ha perduto
gli altri suoi cari) ha voluto tenerlo al riparo da tale conoscenza -
intraprenda la professione delle armi cortesi giungendo, attraverso differenti
insegnamenti, a un alto grado di perfezione spirituale. Un giorno, nella
foresta, egli si imbatte in alcuni cavalieri: spaventato e affascinato dalla
loro bellezza e potenza, pone alcune petulanti domande e, sulla base delle loro
risposte, decide di recarsi alla corte di Artù a Carduel, nel Galles, per
ricevere dalle sue mani le armi e la dignità cavalleresca. La madre, pur
acconsentendo con molto dolore al suo desiderio, gli impartisce alcuni
elementari insegnamenti d'etica cavalleresca.
Seguendo in modo maldestro queste
indicazioni, il giovane ingenuo, rozzo e selvatico (un "puro folle") giunge alla
corte di Artù, uccide il Cavaliere Vermiglio che ha recato offesa al re e riceve
i veri insegnamenti sul modo di combattere e sull'etica cavalleresca dal
gentiluomo Gornemant de Goort. Questi, in particolare, gli impone di risparmiare
sempre il nemico inerme, di astenersi dal parlar troppo, di assistere i
bisognosi, di serbare la fede e pregare.
Forte di tali precetti Perceval arriva nel
castello del cosiddetto "Re Pescatore", dove ha luogo la misteriosa processione
del graal, che si ripete più volte durante il banchetto.
Un graal «tutto scoperto» passa a ogni
portata, e il giovane desidererebbe chiedere che cosa significhi la scena e cosa
sia quel graal: ma, ben ricordando gli insegnamenti di discrezione impartitigli
da Gornemant, non osa porre alcuna domanda.
LA COLPA DI PARSIFAL
Il mattino seguente, il castello è vuoto.
Perceval si ritrova da solo; sconcertato, riparte e dal casuale incontro con una
fanciulla nella foresta apprende che il Re Pescatore è gravemente ferito: se
egli avesse posto la domanda relativa alla natura e alla funzione del graal
quegli sarebbe stato risanato.
L'errore di Perceval deriva da una colpa,
quella di aver fatto morire di dolore sua madre quando l'aveva abbandonata per
dirigersi alla corte del Re Artù.
Dopo altre avventurose vicende - che si
intrecciano con quelle di Galvano, un cavaliere della Tavola Rotonda - il
giovane gallese perviene a un eremo nel quale incontra un santo anacoreta.
Questi gli rivelerà di essere fratello di sua madre e del re al quale è servito
il graal, il cui contenuto è un'ostia: «quest'ostia sostiene e conforta la sua
vita, tanto essa è santa, ed egli stesso è sì santo che nulla lo fa vivere se
non l'ostia del graal».
Dopo questa rivelazione, Perceval resta presso lo zio eremita e si
sottopone a una dura penitenza per espiare i suoi peccati. L'educazione
cavalleresca del giovane folle si perfeziona così, grazie all'affinamento dello
spirito. Per molte pagine il romanzo prosegue parlando delle avventure di
Galvano, per poi restare incompiuto.
I pochi versi relativi all'apparizione del
graal nel castello del Re Pescatore e quelli successivi, sull'ostia contenuta
nel recipiente e della quale il Re Ferito si ciba, hanno segnato profondamente
l'immaginario europeo: da allora quel graal è divenuto il Santo Graal, oggetto
d'innumerevoli altri racconti, nonché di studi, di polemiche, di riflessioni
artistiche, di improbabili leggende.
I>NCANTESIMO CELTICO
Tra la fine del XII secolo e la prima metà
del successivo si andò formando, in Francia e in tutta Europa, un corpus
di testi letterari, tanto in versi quanto in prosa, che continuarono e
ampliarono - con innumerevoli varianti - il racconto del Graal. Il fatto che la
parola "graal" fosse scarsamente comprensibile fuori dal contesto franco-celtico
favorì il passaggio del termine da nome comune a nome proprio.
>Si immaginarono le vicende che
avrebbero potuto concludere il Perceval di Chrétien e se ne proposero
varie "continuazioni" nelle quali si seguivano sia le avventure del
protagonista, sia quelle di Galvano. Ma si volle anche chiarire e risolvere il
"mistero" del Graal in chiave pienamente cristiana. Per questo se ne narrarono
antefatti e vicende più o meno come si era fatto e si andava facendo per la più
celebre e gloriosa reliquia della cristianità: la Santa Croce. Così come esiste,
redatta nel corso del XIII secolo, una Legenda Crucis che segue la sorte
del legno della croce dal Paradiso terrestre sino al Calvario, abbiamo anche una
"Leggenda del Graal", che percorre le vicende del santo recipiente dal momento
della sua realizzazione in poi.
Intorno al 1200, il piccardo Robert de Boron
- non sappiamo se a conoscenza del testo di Chrétien - scrisse in versi il Roman
de I'Estoire du Graal, noto anche sotto il titolo di Joseph
d'Arimathie. Con Robert, l'atmosfera di incantesimo celtico - la visita
al magico castello del Graal, la misteriosa infermità del Re Pescatore che rende
il regno esposto ai pericoli e ai malefici, i recipienti e le armi prodigiose,
l'eroe destinato a rompere l'incantesimo - scompariva per dar luogo a un
racconto ispirato a scritti evangelici apocrifi come il Vangelo di Nicodemo,
fondato sulla Passione e sull'Eucarestia. Nel racconto di Robert de Boron si
narra, infatti, il trasferimento del Sacro Vaso - in cui Gesù aveva celebrato
l'Eucarestia nel corso dell'Ultima Cena - da Gerusalemme in Inghilterra, grazie
a Giuseppe d'Arimatea.
LA TESTA SUL PIATTO
All'inizio del XIII
secolo appartiene anche il Peredur, un racconto gallese in prosa, che
richiama ampiamente il Perceval di Chrétien de Troyes, ma che presenta
alcuni elementi distintivi: vi si narra infatti che il Re Pescatore è stato
ferito dalle incantatrici di Caer Loyw, che hanno assassinato anche un cugino di
Peredur. Il fine delle avventure sembra dunque essere la vendetta di Perceval,
con cui infatti si chiude il romanzo.
Il Graal, pur non essendo mai indicato con
questo nome, appare al protagonista in modo simile a quanto si è visto per il
romanzo di Chrétien; tuttavia, particolare certo non insignificante, esso è
presentato come un vassoio nel quale è posta la testa tagliata del cugino di
Peredur: «Peredur conversava con lo zio quando vide due uomini attraversare la
sala ed entrare in una camera: portavano una lunga lancia dalla cui punta
colavano a terra tre rivoli di sangue. [...] Dopo qualche istante di silenzio,
entrarono due fanciulle che portavano un grande vassoio sul quale poggiava la
testa di un uomo immersa nel sangue...».
Sull'origine del romanzo gallese, il più
vicino al Perceval, sono state avanzate diverse ipotesi: derivano
entrambi da un'unica fonte scritta comune, poi perduta? Sono varianti di una
tradizione orale? Oppure il Peredur non è che una fra le tante rivisitazioni del
Perceval?
Tra
il 1200 e il 1230 apparvero quattro "continuazioni" in versi del Perceval
di Chrétien, tutte d'autore anonimo o d'incerta attribuzione. Della prima
abbiamo tre redazioni, diverse l'una dall'altra. Nel testo, ovviamente molto
complesso, il protagonista principale non è Perceval, bensì Gauvein. Nella
vicenda è presente tanto l'impronta cristiana quanto quella
celtico-meravigliosa: probabilmente a causa delle sovrapposizioni verificatesi
nel corso di almeno tre decenni.
Nella seconda continuazione - generalmente
attribuita a Wauchier de Denain, un autore degli inizi del Duecento che lavorava
per i sovrani di Fiandra - il protagonista torna a essere Perceval, ma il Graal
è del tutto cristianizzato e viene presentato come il calice che raccoglie il
sangue di Cristo. Anche il probabile autore della terza continuazione,
Manessier, lavorava presso la Casa di Fiandra; la datazione dell'opera è incerta
e va dal 1214 al 1230. Da notare che, proprio nel XIII secolo, il culto della
reliquia del Sangue del Cristo era molto forte in Fiandra, specie nelle città di
Liegi e di Bruges. È da lì, e da allora, che prese le mosse la festa eucaristica
del Corpus Domini. Il testo di Manessier parte dalla seconda
continuazione e unisce elementi provenienti da svariati racconti, ma fa emergere
anche distintamente il tema della vendetta che domina il Peredur gallese.
La quarta continuazione, composta tra il 1226 e 1230, si deve a un certo
Gerbert, da alcuni identificato con Gerbert de Montreuil. Come Manassier, anche
Gerbert prende lo spunto iniziale dalla seconda continuazione, ma con una
impronta più marcatamente cristiana.
GIOIELLO DEL CIELO
Intanto, tra il primo
e il secondo decennio del XIII secolo, sul tema interveniva il poeta
tedesco-meridionale Wolfram von Eschenbach, il cui Parzival immette nel
tessuto simbolico e narrativo impiantato da Chrétien una serie di elementi
alternativi che sembrano d'origine orientale, al posto di quelli celtici che la
tradizione tedesca riteneva evidentemente estranei. La differenza più evidente
risiede nella descrizione stessa del Graal, che viene rappresentato come una
pietra preziosa: «Il più bel gioiello del cielo, fonte e meta d'ogni gioia.
Questa cosa è detta il Graal, segno d'ogni bene in terra». Per il castello del
Graal descritto da Wolfram si sono recentemente proposte identificazioni con una
fortezza persiana del Kurdistan o dell'Azerbaigian; ma è ignoto attraverso
quale fonte il poeta avrebbe avuto accesso alla descrizione di tali
edifici.
Altri
romanzi duecenteschi in prosa hanno trattato del Graal. Il franco-settentrionale
Perlesvaus è stato datato da alcuni al 1200-1210, da altri al 1230-1240;
il testo differisce sostanzialmente rispetto alle altre continuazioni del
Perceval e rivela in alcuni tratti un substrato celtico piuttosto
marcato.
LA VISIONE DI GALVANO
I personaggi
principali del Perlesvaus sono quattro: Perceval (chiamato "Perlesvaus"
da Perd-les-vaux, "perde le valli", con riferimento alla perdita
dell'eredità e dell'assassinio del padre che innesca la sua volontà di vendetta:
tema che dunque lo approssima al Perceval), Lancillotto, Artù e Galvano,
al quale spetta la visione del Graal, tema che rivela anche una netta influenza
cristiana, nonché una maggior chiarezza rispetto a Chrétien: «D'un tratto, da
una cappella uscirono due damigelle: una teneva tra le mani il Santo Graal e
l'altra la Lancia dalla cui punta il sangue stillava cadendo nel Santo Vaso.
Camminando fianco a fianco entrarono nella sala in cui i cavalieri desinavano
con messer Galvano. E l'aroma che si sprigionava dal Sacro Vaso era così soave e
santo che essi dimenticarono il mangiare. Galvano osservò il Graal, e gli parve
che dentro vi fosse un calice di una foggia rara per quei tempi, e guardando la
punta della lancia da cui stillava il sangue vermiglio gli sembrò di vedere due
angeli che portavano due candelabri d'oro con i ceri accesi. Le damigelle gli
passarono davanti ed entrarono nella cappella. [...] Gli sembra anche che nel
Graal vi sia la figura di un bambino. Il capo dei cavalieri gli disse qualcosa,
ma Galvano tenne gli occhi fissi davanti a sé e vide che sulla tavola cadevano
tre gocce di sangue. [...] Ed ecco che le fanciulle ripassano ancora una volta
davanti alla tavola. Ora a messer Galvano sembra che siano tre, e quando solleva
lo sguardo gli pare che il Graal sia sospeso in aria e che sopra ci sia un uomo
inchiodato a una croce con una lancia conficcata nel costato. Preso da profonda
compassione, Galvano non riesce a pensare ad altro che alle tremende sofferenze
del Re. Il capo dei cavalieri lo esorta di nuovo a parlare, e gli dice che se
non lo farà subito non ne avrà mai più l'occasione, ma Galvano continua a
tacere, non lo ascolta e tiene lo sguardo fisso verso l'alto. Allora le
damigelle rientrano nella cappella e scompaiono insieme al Santo Graal e alla
lancia».
UN ROMANZO FIUME
Il Didot Perceval del cosiddetto
Pseudo Robert de Boron è, con il coevo Perlesvaus, il primo romanzo francese in
prosa a trattare del Graal. Il testo si presenta come una combinazione tra la
queste del Graal e il tema del declino del ciclo arturiano, che l'autore
presenta come una trasposizione in prosa del Perceval di Robert de Boron, opera
che non ci è mai giunta.
Tra il 1215 e il 1235 furono redatte le anonime Estoire del Saìnt
Graal e Queste del Saìnt Graal, entrambe in versi, che finirono con
il costituire insieme una specie di "romanzo-fiume" noto come Lancelot-Graal
o più semplicemente come «ciclo vulgato» (composto anche dal Merlin,
dal Lancelot e dalla Morte Darthur, da cui sarebbero scaturiti
fino al Quattrocento continui rifacimenti, fra cui quello toscano della Tavola
Rotonda. Nel «ciclo vulgato» il Graal è del tutto cristianizzato alla luce della
vicenda di Giuseppe d'Arimatea narrata da Robert de Boron. Nel l'Estoire del
Saint Graal è la coppa utilizzata da Gesù nel corso dell'ultima cena; nella
Queste la vastità della materia fa sì che l'oggetto appaia in diverse
occasioni e sia al centro delle avventure di numerosi personaggi. Ormai, esso
sarebbe rimasto definitivamente il calice usato da Gesù nell'Ultima Cena per
fondare il rito dell'Eucarestia, poi utilizzato anche dagli angeli per
raccogliere il sangue sparso dal Signore durante il suo martirio.
Chi vuol bere a quella coppa?
ALLEGORIA EUCARISTICA, SIMBOLO DI SALVEZZA O DEL POTERE: LA FORZA MAGICA DEL SACRO GRAAL APPARE DENSA DI SIGNIFICATI
Nello sviluppo del ciclo di romanzi del Graal si era dunque evidenziata
una graduale prevalenza degli elementi di origine cristiana rispetto a quelli
presumibilmente derivati dalla tradizione celtica. L'incompiuto romanzo in versi
di Chrétien de Troyes aveva lasciato aperti problemi e interrogativi di ogni
genere. Il Peredur, il Perlesvaus e la prima continuazione del
Perceval insistevano sul versante celtico; la seconda e la terza continuazione,
ma soprattutto il testo di Robert de Boron e la Queste, ci pongono invece
dinanzi a un quadro completamente cristianizzato ed eucaristico (sia pure
complicato da qualche elemento gnostico); piuttosto defilato il romanzo di
Wolfram von Eschenbach, che ambienta il Graal in un contesto orientale. Il
significato dei testi del Graal "cristianizzato" del pieno Duecento è
sostanzialmente chiaro, mentre più dibattuto è il problema di quale senso dare
tanto al corteo del Graal quanto, più in generale, all'intera vicenda che si
narra nel Perceval di Chrétien e nelle prime continuazioni.
Alcuni avevano voluto vedere già in
questi primi testi un'ispirazione pienamente cristiana: le immagini che
compongono il corteo del Graal (in particolare, il Graal stesso e la lancia
insanguinata) sarebbero mutuate dall'iconografia cristiana. Il Graal
richiamerebbe l'allegoria eucaristica, mentre la lancia sarebbe quella di
Longino (il santo leggendario che trafigge il costato del Salvatore, il cui nome
deriva forse dal greco longkhè, "lancia"). L'iniziazione di Perceval
andrebbe letta come una metafora dell'evoluzione del ceto cavalleresco del
tempo: dalla cavalleria mondana della Tavola Rotonda a quella mistica, ascetica
e cristiana. L'interpretazione integralmente "cristiana" - che cioè esclude
"prestiti" da altri contesti culturali - dei primi testi che parlano del Graal
non è tuttavia quella prevalente nella storiografia contemporanea, in quanto
appare evidente la presenza di sicuri e abbondanti riferimenti al mondo celtico.
Quel che appare, invece, certo è la piena appartenenza degli autori al mondo e
allo spirito cristiani: non è credibile l'ipotesi di una sopravvivenza, nella
Francia dei secoli XII e XIII, di un culto pagano-celtico, di una persistenza
cosciente o di un revival pagano, di un'"Antichiesa" del Graal erede di un
qualche sistema mito-cultuale precristiano travestito da leggenda
eucaristica.
Gli
elementi essenziali che appaiono nella cerimonia del Graal, oltre alla
coppa-piatto, sono la lancia e, in un caso, la testa. Vediamo dunque quale può
essere il senso complessivo dell'episodio, da una parte, quello dei singoli
elementi che lo compongono, dall'altra.
VIAGGIO NELL'ALTRO MONDO
È probabile che la
queste del Graal si rifaccia alle avventure nell'aldilà e alla ricerca di
oggetti magici di cui la letteratura di derivazione celtica offre frequenti
esempi. Secondo l'opinione comune, i Celti che durante il VI-V secolo a.C.
occuparono i territori dell'attuale Francia centro-settentrionale, del Belgio,
del bacino renano (conosciuti con il nome di "Galli") o delle Isole Britanniche
e della Penisola iberica (i Celtiberi), avrebbero lasciato le tracce più
evidenti della loro civilizzazione in Irlanda, nel Galles, nella Cornovaglia e
nell'Armorica: le aree che meno avevano subito la conquista e l'acculturazione
romane. Da queste regioni scaturì un tipo di letteratura in cui emergono diversi
tratti culturali di origine celtica; si tratta tuttavia di prodotti tardi, di
epoca medievale, che dunque non presentano una tradizione originaria, ma
intrecci di tradizioni differenti, in cui gli elementi riconoscibili come
"celtici" non sono che uno fra i molti influssi presenti.
La Tavola Rotonda ricalcherebbe una
tavola dei festini celtica; a questa "corte" di guerrieri la tradizione celtica
ne farebbe corrispondere una parallela nell'aldilà, governata da un re prodigo
che dimora in un castello meraviglioso, in cui un calderone magico garantisce
universalmente l'abbondanza. Come già detto, l'aventure alla ricerca di
oggetti magici (pietre, talismani, coppe meravigliose, armi dotate di
straordinari poteri ecc.) nell'Altro Mondo è alla base di molti racconti
irlandesi e gallesi, come per esempio quelli detti Mabinogion, composti
agli esordi del XIII secolo; l'eroe designato a tale queste deve superare molte
difficili prove, in una sorta di iniziazione che gli consentirà l'accesso al
misterioso aldilà.
LE FONTI DEL POTERE
Nel Perceval di Chrétien de Troyes uno degli oggetti magici, la lancia - che sanguina per
il colpo inferto - ferisce il Re Pescatore, il cui nome potrebbe derivare
dall'associazione fra questi e alcune divinità legate all'acqua, come Nuadi e
Bran. La ferita rende il re, e specularmente le sue terre, sterili. La "cerca"
del Graal, cioè del calderone dell'abbondanza, da parte di un eroe giovane e
puro consente il ripristino dell'integrità del sovrano e del regno. La lancia e
la coppa sono i segni della regalità: se Perceval avesse chiesto il significato
di questi oggetti, avrebbe svelato le fonti del potere regale, ripristinandolo.
Inoltre, il Peredur e il Perlesvaus presentano forse alcuni
elementi arcaici, vivi nella tradizione orale, ma non ripresi da Chrétien: la
testa tagliata sul piatto e la vendetta di sangue che guida l'aventure
del protagonista ne sarebbero le prove più evidenti.
L'incertezza nella decifrazione del mito del
Graal deriva essenzialmente dalla presenza in culture anche geograficamente
lontane tra loro di simboli formalmente molto simili. A metà del IX secolo, al
tramonto dell'impero carolingio, il vescovo Audrado di Sens, autore di scritti
profetici frutto di visioni, compose un poemetto, il De fonte vitae,
dedicatario del quale era lncmaro di Reims, il grande studioso ed
ecclesiastico del quale Audrado si sentiva evidentemente debitore. In questo
poemetto si narra di un viaggio verso «il luogo più bello del mondo», nel quale
scaturisce il Fonte della Vita alla quale si puà attingere solo se si è in
possesso di uno speciale vaso.
Nel contesto del poema di Audrado, i simboli
sono chiari: la sorgente è il Cristo "Fonte di Vita"; l'Acqua è il Divino
Sangue, sprizzato nella Passione, che rivive attraverso il mistero eucaristico;
il Vaso è Io Spirito che consente di attingere al Fonte e di bere, entrando in
piena comunione, materiale e spirituale, con il Cristo.
Le fonti cui Audrado si ispira sono anzitutto
bibliche ed evangeliche - dal Cantico di Salomone all'Apocalisse - ma
anche classiche. Attraverso la cultura classica - mediata da autori come Boezio,
Venanzio Fortunato e Alcuino - giungevano ad Audrado echi della tradizione greca
e di quelle orientali, che erano peraltro presenti anche negli stessi testi
vetero e neotestamentari.
Il calice e la coppa, insomma, sono dei veri e propri grandi archetipi,
densi di significato presso tutte le culture del mondo
eurasiatico-mediterraneo.
Nei Salmi biblici il cantore offre a Dio la coppa della salvezza
e riceve da lui quella delle benedizioni o del castigo; il Vangelo parla
del calice del dolore; al contrario, la coppa che trabocca è simbolo di gioia e
di abbondanza (proprio come nella tradizione celtica). Nell'Apocalisse,
infine, sono menzionate le coppe ricolme dell'ira divina.
FINESTRA SULL'UNIVERSO
Ma la coppa è
centrale anche nei riti vedici e nelle liturgie brahmanico-induiste; mentre
nella tradizione islamo-persiana. Il mitico re Gemshid possiede una coppa
nella quale si può vedere l'intero universo: coppe e bacili sono infatti
strumenti abituali per i riti divinatori come per l'elaborazione di potenti
filtri. Quest'idea della coppa come sede di potenza e di sapienza si ritrova
nella tradizione islamca della mistica sufi, allorché a una coppa è paragonato
il cuore dell'arif (cioè il saggio, l'iniziato) Spieghiamoci meglio:
nell'Avesta, il libro sacro deillo zoroastrismo, il segno visibile della
regalità solare, lo xvarenah, da cui hanno origine le tre funzioni
sociali - studiate da Georges Dumèz per gli indoeuropei e da Georges Duby nel
Medioevo occidentale -, cioè i sacerdoti, i guerrieri e i produttori, è detenuto
dal sovrano primordiale Yimi Xshaàta. Questo sovrano è identificato nella
tradizione islamica, nella quale, con la conquista della Persia, molti miti
iranici sono confluiti con l'eroe civilizzatore Gemshid, che altri non sarebbe
se non il Salomone biblico, il fondatore del Tempio sulla roccia del monte
Moriah. E a Gemshid-Salomone apparterrebbe appunto l'oggetto magico e regale
della prodigiosa coppa "che mostra il mondo".
Ritroviamo coppe e bacili come simbolo di
potere o come oggetti magici anche nella tradizione greca. Ma è nel mondo
germanico che la coppa ha certamente un significato di trasmissione della
sovranità. Per esempio, si conserva nel tesoro del duomo di Monza il calice che
la regina Teodolinda avrebbe offerto ad Agilulfo, da lei prescelto nel 590 alla
successione del defunto marito Autari, come simbolo del passaggio del potere
regale.
LANCIA DI FUOCO
Allo stesso modo, nel sistema
mitico-simbolico celtico la coppa emblema di regalità e il bacile-calderone
dell'abbondanza e della conoscenza, appartenente al dio Dagda, si sovrappongono;
le leggende testimoniano come la coppa colma di idromele o di vino offerta da
una ragazza - ricordiamo che nel Perceval di Chrétien è una donna a
portare il Graal - a un candidato al trono sia il segno della sua elezione e la
coppa più bella e preziosa sia l'offerta atta a celebrare l'eroe, il più
valoroso fra i guerrieri. Si può dunque ipotizzare che la coppa come simbolo al
contempo di regalità e di abbondanza sia un archetipo delle culture
indoeuropee.
Al pari
della coppa, anche la lancia è un intenso e diffuso simbolo. Una coppa e una
lancia (quella di Longino) sono entrambi simboli della Passione, ed è la loro
presenza associata a suggerire che la "processione del Graal", descritta da
Chrétien de Troyes nel Perceval, abbia un significato anzitutto
eucaristico.
Ma la
lancia è a sua volta simbolo di sovranità. Da essa deriva lo scettro, e in greco
il termine sképtron (verga, lancia, scettro) si associa al concetto di "fulmine"
e ha valore magico quale strumento al tempo stesso di salvezza e di perdizione:
come la lancia di Achille che - non diversamente dalla clava del dio celtico
Dagda - poteva al contempo ferire e guarire. Conosciamo, per i Longobardi, un
chiaro uso della lancia come simbolo supremo di regalità: il gesto di afferrare
la lancia, nel corso della saga longobarda, è il simbolo del passaggio del
potere quando i legami di sangue nella successione regale vengono a mancare,
secondo il modello esemplato dalla vicenda del mitico re Lamissione, distintosi
già nell'infanzia per aver afferrato la lancia protesa verso di lui dal sovrano
Agilmundo.
Nella
mitologia celtica la lancia è attributo del dio Lug, che la prende dalle mitiche
"Isole del mondo": è una lancia di fuoco che infligge colpi mortali, dunque è
prossima al fulmine. La stessa arma compare nelle mani di molti fra i guerrieri
mitici della tradizione celtica, come Cuchulainn e suo fratello
Conall.
IL SACRIFICIO DI BRAN
Un motivo di origine
celtica è quasi sicuramente la testa tagliata e recata nel piatto-Graal che
appare nel Peredur, anche se tale immagine in ambito cristiano non poteva
non ricordare la decollazione di San Giovanni Battista. Troncare la testa ai
nemici era abitudine comune per i guerrieri celti; l'atto aveva un significato
rituale e cultuale, oltre che semplicemente guerriero. Lo si deduce, per
esempio, dall'episodio del Mabinogion noto come Branwen, figlio di
Llyr: il protagonista, Bran il Benedetto, ferito, ordina ai suoi uomini in
difficoltà di mozzargli la testa che li accompagnerà e li guiderà nel corso di
un lungo viaggio; quando infine viene sepolta essa è talmente potente da
allontanare ogni calamità dalla terra in cui giace. Il costume sopravvisse fino
ai primi secoli della cristianizzazione: nella Vita del vescovo - e poi
santo - Germano di Auxerre si racconta, ad esempio, che prima di abbracciare il
cristianesimo egli fosse solito sospendere, secondo l'antico costume pagano, le
teste degli animali cacciati ai rami di un albero sacro; l'impiccagione rituale,
d'altronde, era costume dei Germani e degli Scandinavi, che sacrificavano così
al dio Wotan/Odino. Il tema della testa tagliata e del valore della testa (e del
cranio scarnificato) sul piano magico è ben noto in molte culture, soprattutto -
ma non soltanto - indoeuropee e uraloaltaiche. Il fatto che in area eurasiatica
si ricavassero coppe dai crani dei nemici uccisi (come nel noto episodio di
Alboino e del re dei Gepidi narrato da Paolo Diacono) collega il tema del
sacrificio con quello della regalità, del potere e dell'abbondanza: i temi del
Graal.
Possiamo
dunque affermare che il duplice significato dell'abbondanza e del
potere-regalità connota con una certa costanza gli oggetti che compongono la
cerimonia del Graal. La leggenda graalica potrebbe dunque esser letta come la
versione medievale, pervenuta attraverso un'eredità celtica reinterpretata in
termini cristiani, del racconto archetipico dell'iniziazione di un giovane
re-guerriero destinato a ristabilire la prosperità del suo regno, minacciata
dalla vecchiaia, dalla malattia e dall'impotenza di un Re Ferito. Un racconto
che, con molte variabili, i folcloristi hanno individuato e analizzato nel
patrimonio mitico di molte civiltà.
Tuttavia, la scomposizione di un mito e
l'analisi dei suoi elementi di base può condurre a una comprensione solo
parziale del medesimo in quanto, come si è visto, miti e simboli finiscono per
somigliarsi in tutte le civiltà del mondo: all'analisi delle forme sarà dunque
opportuno affiancare alcune considerazioni sul contesto più propriamente
storico-sociale in cui la leggenda del Graal nacque e si sviluppò.
Il segreto dei Templari
DAL QUATTROCENTO NON SI SENTE PIU' PARLARE DI SANTO CALICE. MA, TRE SECOLI DOPO, LA RICERCA RIPRENDE. FINO AI GIORNI NOSTRI.
Il XII secolo conobbe la grande
espansione di sovrani angiomo-plantageneti. Pur regnando in Inghilterra, essi
avevano vasti feudi in Bretagna, in Normandia e nell'Anjou; il che li rendeva
vassalli dei re Luigi VII di Francia. Il matrimonio tra Enrico II ed Eleonora
d'Aquitania, nel 1152, schiudeva nuove possibilità egemoniche. Il regno di Luigi
VII di Francia - che di Eleonora era stato il primo marito - era ormai molto
meno esteso di quello di Enrico. A bloccare per il momento le mire della
monarchia angioino-plantageneta vi era tuttavia la poca stabilità
dell'Inghilterra, dove i Normanni si erano violentemente sovrapposti agli
Anglosassoni relativamente da poco.
ATTESTATO DI SACRALITÀ
È in questo
contesto che la dinastia angio-francese elaborò il progetto di rintracciare o,
se necessario, di inventare elementi di coesione fra le etnie in radici mitiche
che fossero in grado di risultare accettabili per i Celti insulari, per gli
Anglosassoni, per i Normanni. D'altro canto, le dinastie di Francia e di
Germania avevano i loro antenati che infondevano sacralità alle stirpi. La
monarchia francese aveva i suoi centri sacrali in Reims, dove si conservava la
Sacra Ampolla dell'olio recato dagli angeli con cui si ungevano i sovrani, e
nell'abbazia di Saint-Denis, che custodiva l'Orifiamma, il vessillo direttamente
concesso da Dio a Carlomagno; l'impero romano-germanico traeva invece la sua
sacralità dalla Cappella Palatina di Aquisgrana, dove riposavano le reliquie di
Carlomagno, per il quale nel 1165 Federico Barbarossa avrebbe ottenuto la
canonizzazione. Occorreva dunque qualcosa in grado di competere con tanta
nobiltà: i sovrani celti cristianizzati avrebbero coperto questo
ruolo.
Già
nell'VIII-IX secolo, l'Historia Brittonum di Nennio aveva nominato un
"Arturus Rex" - chiamato in soccorso dal re dei Bretoni Vortiger per contrastare
l'invasione dei Sassoni - tra le cui azioni in battaglia si ricorda l'uccisione
di 960 nemici. Oggi si tende a ritenere che il suo nome potrebbe venire dal
latino Artorios, il che lo farebbe identificare con un funzionario romano -
Lucius Artorius - la cui esistenza storica è documentata da un'iscrizione
funeraria bretone; il nome era comunque ampiamente attestato in quell'area
intorno ai il secolo d.C. Nella seconda metà del X secolo, gli Annales
Cambrìae parlavano di una vittoria riportata dai Britanni contro i Sassoni
nei 516 o 518, durante la quale un "rex Arturus" avrebbe portato sulle spalle
per tre giorni consecutivi la croce dei Cristo.
NELLA VALLE DI AVALON
Le tradizioni
arturiane vennero raccolte, ampliate e ordinate verso il 1135 dalla Hìstorìa
regum Britannìae di Goffredo di Monmouth, alla quale s'ispirò Guglielmo di
Malmesbury per la seconda edizione di un suo scritto, il De antiquitate
Glastoniensis Ecclesiae, redatto tra il 1135 e il 1137 e nel quale la
leggenda arturiana appare nella sua sostanziale completezza.
L'opera di Goffredo fu ben presto
tradotta dal latino nella lingua d'oil per guadagnare rapida circolazione tanto
nei mondo angio-normanno quanto in quello francese: a essa s'ispirava nel 1155
il Roman de Brut di Robert Wace, dedicato a Eleonora d'Aquitania, nel
quale si descriveva la Tavola Rotonda, intorno alla quale i cavalieri prendevano
posto. Essi avevano alla Tavola un seggio, ciascuno identico agli altri e
venivano serviti alla stessa maniera in segno di uguaglianza di condizione. Per
Artù si inventò anche un centro sacrale, l'abbazia di Glastonbury nel Somerset,
da contrapporre ad Aquisgrana e a Saint-Denis: nel 1191, nel corso della terza
crociata, fu addirittura annunciato il rinvenimento delle tombe del Re Artù e
della regina Ginevra e, di conseguenza, Glastonbury fu identificata con la
leggendaria terra di Avalon.
Entro la metà del Duecento, quindi, la "cerca" del Graal era un tema
letterario ormai noto e ricco di varianti: suo oggetto, la ricerca del
misterioso e prodigioso vaso da parte dei cavalieri della Tavola Rotonda. A essa
l'autore anonimo della Queste - forse influenzato dalla mistica
cistercense - aveva fornito un esito mistico, eucaristico e cristologico. Il
puro eroe della Queste, Galahad - figlio di Perceval e della principessa del
Graal - è in effetti un typus Christi. Con l'aiuto anche dei testi
evangelici apocrifi, si era andato così tessendo un "romanzo del Sacro Calice",
che coinvolgeva le leggende relative a Pilato, all'imperatore Vespasiano, alla
reliquia romana dell'immagine del volto di Gesù (la "Veronica"), e dove
soprattutto si narrava come Giuseppe d'Arimatea, ereditato il Graal, lo avesse
affidato a compagni sicuri ed esso fosse finito in «una terra verso Occidente
[...] ancora tutta selvaggia», nella valle di Avalon. Dalla generazione di Bron,
cognato di Giuseppe di Arimatea, sarebbero discesi i "Re Pescatori", detti così
perché avrebbero pescato quel pesce - un richiamo simbolico all'ICHTYS: il
Cristo-Salvatore - necessario al rito del Graal.
Attraverso il "romanzo" di Giuseppe
d'Arimatea, la Terrasanta e la terra di Avalon, identificata con l'Inghilterra
angionormanna, si collegavano strettamente fra loro. D'altro canto, lo stesso
stava avvenendo sul piano della realtà storica proprio a partire dalla seconda
metà del XII secolo, quando i sovrani d'Inghilterra e molti loro vassalli
continentali - fra cui i Lusignano, pretendenti alla corona di Gerusalemme -
cercavano di porsi alla guida della crociata. Le avventure crociate in
Terrasanta, a loro volta, avrebbero rinforzato in Occidente proprio nei secoli
XII-XIII il culto eucaristico - così importante nella formazione della leggenda
dei Graal - legato a miracoli come quello del Santo Sangue di Bolsena (che dette
luogo alla fondazione della cattedrale di Orvieto) e alle importazioni di
reliquie illustri provenienti dalla Terrasanta e dal saccheggio crociato di
Costantinopoli del 1204: tra le molte, vanno ricordate almeno le reliquie della
Passione per ospitare le quali Luigi IX fece edificare a Parigi la
Sainte-Chapelle.
REVIVAL ROMANTICO
Nel 1485, Thomas Malory, cavaliere e
avventuriero inglese, pubblicava la Morte Darthur, un romanzo-fiume in
cui si riassumeva e si elaborava ancora una volta la materia del ciclo di Artù,
dei cavalieri della Tavola Rotonda e del Graal. Da allora, il mito che tanto
aveva dato alla poesia medievale sarebbe tramontato per circa tre
secoli.
Fino ai
Romanticismo, infatti, il Santo Graal sarebbe scomparso. La letteratura
cavalleresca, che pure conobbe revivals e rielaborazioni, seguì altri
percorsi. Il mito carolingio era tenuto in vita dall'impero asburgico e dalla
monarchia francese che se ne contendevano l'eredità morale e spirituale; e le
gesta dei paladini di Carlo in lotta contro i musulmani sembravano rinverdite
dalla lotta contro i Turchi ottomani. Al contrario, la letteratura arturiana e
graalica segnava il passo: troppo "sospetta" tanto per il cattolicesimo della
Controriforma, quanto per l'austerità dei mondo protestante, entrambi
preoccupati dalle molte ambiguità di stampo celtico e cortese.
Bisognò aspettare il tardo
Settecento perché il Medioevo tornasse in auge, insieme alle fonti celtiche e
germaniche, alle atmosfere gotiche di Ossian, alle radici della cultura europea.
Nell 777, Christof Martin Wieland aveva elaborato una rinnovata versione della
storia del mago Merlino; nella Parigi napoleonica del 1803-1804, Friedrich
Schlegel teneva un ciclo di lezioni dedicate all'antica letteratura francese,
mentre a Lipsia usciva appunto l'opera del Wieland edita da lui e dalla moglie
Dorothea Mendelssohn.
Nel 1792, Walter Scott studiava e annotava il romanzo di Malory, mentre
nel 1808 introduceva citazioni dal «ciclo vulgato» nel primo "canto" del suo
Marmion. Non casualmente, quell'Inghilterra che più aveva promosso la
letteratura arturiana riscopriva interesse per questa materia. Nella prima metà
dell'Ottocento vi furono molte riedizioni e riduzioni dei poemi arturiani,
mentre veniva riscoperta anche la raccolta dei Mabinogion celtici. È
dell'842 la prima apparizione a stampa del Sir Launcelot and Queen Guinevere,
della Morte d'Arthur e del Sir Galahad di Alfred Tennyson,
mentre fra 1849 e 1862 gli affreschi di William Dyce nel palazzo di Westminster
illustravano anche, tra le altre cose, la visione di Galahad.
La cultura romantica
britannica, e in particolare la produzione preraffaellita, si configurava quindi
come profondamente segnata dai sogni cavallereschi, nei quali il Graal assumeva
ora una connotazione mistico-religiosa, ora invece una etico-misterica, con
accenti erotici purificati in termini spirituali, secondo i dettami - sia pur
trasfigurati - della cultura cortese. Tra 1857 e 1858, la Oxford Union venne
decorata da pitture di argomento arturiano eseguite da Dante Gabriel Rossetti,
da Edward Burne-Jones, da William Morris.
Tutte queste tendenze parvero aggregarsi ed
esaltarsi nell'opera di Richard Wagner, che più di ogni altra consegnò il mito
del Graal al Novecento attraverso il Lohengrin e soprattutto il
Parsifal, ispirato da Wolfram von Eschenbach, che fu rappresentato per la
prima volta nel 1882 a Bayreuth. Non c'è dubbio che Tennyson, Scott, i
preraffaelliti e Wagner abbiano accostato il pubblico moderno al Graal: non
certo i romanzi medievali, che sono restati una lettura familiare solo agli
specialisti.
Nel
corso del Novecento si è verificato un caratteristico intrecciarsi e sovrapporsi
fra le istanze della ricerca scientifica attorno al mito del Graal e l'interesse
suscitato dal tema negli ambienti occultistici e mistico-esoterici. Nella Parigi
fin de siècle, invasa dall'entusiasmo per l'occultismo, si agitavano
numerosi gruppi che pretendevano di rifarsi ai Templari e ai Rosa-croce e che
erano in contatto con ambienti massonici, senza tuttavia sovrapporsi mai del
tutto con essi. Un elemento catalizzatore di queste tendenze fu un artista,
Joséphin Péladan, che nel 1890 - dopo un viaggio a Gerusalemme - guidato da un
impulso mistico, fondò un "Ordine Cattolico della Rosacroce, del Tempio e del
Graal", dal quale nacque il "Salon de la Rose-Croix"; un gruppo che si poneva,
sia pur in modo defilato, all'interno del movimento simbolista. Frattanto il
folclorista inglese Alfred Nutt e, soprattutto, la sua allieva Jessie Ledley
Weston interpretavano la leggenda del Graal come il disvelamento di una "Chiesa
del Graal", alternativa a quella ufficiale e di essa più autentica e
propriamente cristiana, sul modello dell'etica templare. Forzando un po' il
testo di Wolfram von Eschenbach, si sosteneva che egli avesse affidato ai
Templari il ruolo di "guardiani del Graal". Alla base della dottrina templare vi
sarebbe stata, quindi, la conoscenza del "segreto del Graal", riconducibile,
attraverso la tradizione gnostica, ai miti e ai riti connessi con la fertilità e
la morte e rinascita della vegetazione; quindi ai culti di antiche divinità
quali Attis, Adone e Mitra. È a causa di questi studi che leggenda templare e
mito del Graal si sono presentati inestricabilmente uniti sino ai nostri giorni,
in una visione d'insieme, ricca di variabili e non priva di aspetti tra il
ridicolo e il fantastico, ma che nel corso del secolo ha influenzato l'arte, la
letteratura esoterico-occultista, ambigue frange politiche e sette pseudo e
parareligiose. Oggi, ambienti vicini alla New Age sembrano aver ripreso ed
elaborato i cascami moderni di queste leggende, sforzandosi di legittimare una
loro pretesa antichità.